Il medico chiede cosa deve fare della propria impotenza di fronte alla sofferenza del suo paziente. Il famigliare chiede che cosa sia l’amore e fino a che punto ci sia vita. Il giurista chiede quale diritto sia superiore. Il legislatore prova a dare una risposta e la magistratura intanto deve agire, con le leggi che possiede. Un paziente, intanto, chiede di vivere. Un altro chiede di morire. Un altro ancora non può chiedere nulla. Non è facile dare risposte quando le domande sono così dense di perché esistenziali e così gravide di conseguenze, quando si tocca una materia che scivola fuori da qualunque principio, perché vive dentro e fuori ogni legge, e pulsa nel ventre di ogni vita personale. Tuttavia, quando un’etica individuale si confronta o scontra con un’altra, si richiede l’intervento delle leggi dello Stato – ordinatore, guardiano, sovrano: si aprirebbe un’altra annosa questione. Partiamo dunque dall’assunto che uno Stato esista e che debba decidere se tacere o parlare, e, in questo secondo caso, che debba sapere che cosa dire. Il nostro Stato, fino a piena instaurazione della dittatura, parla attraverso la Costituzione. E l’art. 32 comma 2 è chiaro: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Dispone, in sostanza, una riserva di legge, e impone poi alla legge di non violare i diritti della persona. Se a questo si aggiunge il disposto del codice deontologico dei medici sembra che il quadro sia completo: il medico è tenuto a rispettare la decisione del paziente, data sulla base di un consenso informato. Insomma, al di là di una necessità di puntualizzazione, se non altro il nostro Stato sembra avere già fissato il suo principio generale: decida consapevolmente il paziente, caso per caso, e il medico esaudisca il suo desiderio. Verrebbe da chiedersi ora quali valori sottendano a questo precetto. Se è vero che, come fece dire Dostoevskij a Ivan Karamazov, senza Dio tutto è possibile, e quindi la morale è provvisoria, è lecito cercare il punto fermo proprio lì, nella legge di Dio. A dedurla dagli atti dei suoi interpreti in Terra, che hanno negato i funerali religiosi a Piergiorgio Welby, sembrerebbe che Dio propenda per la vita a prescindere – non una vita dignitosa, la vita a prescindere. Ma anche questa sarebbe una risposta spiccia, perché non tiene conto della vicenda Wojtyla. Come spiegò il suo medico, infatti, il Santo Padre, affetto da Parkinson, non era più in grado di muoversi né di deglutire, e, quando si rese necessaria l’alimentazione tramite sondino, il Papa, potendo rifiutare, rifiutò, e senza il supporto della macchina morì. Eppure questo caso non scatenò l’indignazione di nessuno. Welby, invece, che non poté esprimere la propria volontà in tempo perché colto da crisi respiratoria improvvisa, infiammò gli animi di tutti. Ed oggi ci troviamo di fronte all’ancora più complesso e delicato “caso Englaro”, come il padre di Eluana ha voluto che fosse perchè la morte di sua figlia potesse servire a qualcun altro, un altro altrettanto disgraziato dopo di lei. Impossibile non chiedersi perchè tanta differenza tra il caso di chi ha potuto rifiutare le cure, come Woitjla, e chi è rimasto legato alla “vita” da una macchina o da un sondino, perché l’istinto della speranza ha spinto i suoi cari a non lasciarlo andare via nel momento della scelta. Perchè c’è un momento in cui quelle terapie vengono iniziate, e per farlo è richiesto il consenso dei parenti. Se non siamo in grado di stabilire cosa sia giusto e cosa no, almeno cominciamo chiediamoci quando si possa parlare di eutanasia e che cosa questa parola significhi. Eutanasia è un termine greco, che significa “buona morte”. Oggi però ha assunto un nuovo senso comune: significa morte anticipata rispetto alle possibilità di sopravvivenza offerte dalla scienza e dalla tecnica. Il progressivo sviluppo di scienza e tecnica, tuttavia, sposta continuamente il limite tra la vita e la morte, e, consentendo di rimuovere a gradi sempre maggiori il dolore, rende difficile stabilire scientificamente quando una vita sia ancora dignitosa e quando non lo sia più. Consentire l’eutanasia significa dunque assecondare la libera volontà di qualcuno di porre fine ad una esistenza che gli è insopportabile a causa di una malattia terminale e senza speranza. Che decida di non essere sottoposto ad un trattamento che stima come “accanimento terapeutico” o che sia già attaccato ad una macchina. Insomma, consentire l’eutanasia significa dire che non c’è l’obbligo, ma il diritto di cura; significa lasciare che scelga chi soffre. E questo sarebbe dovuto bastare per Welby. Poi ci sono dei casi limite, come questo di Eluana Englaro, in vita soltanto grazie al sondino che la alimenta e, in più, senza alcuna possibilità di esprimere la propria volontà. Si può chiedere al Papa che reclama la vita ad ogni costo di intercedere per noi con Nostro Signore e chiedergli di illuminare un display sulla fronte delle persone in stato vegetativo permanente, così che possano esprimere la loro volontà. Oppure, in mancanza, si può affrontare seriamente il problema, legiferando sul testamento biologico, consci di quanto sia difficile stabilire nella gioia cosa si vorrà nel dolore. Oppure delegando la decisione a chi senz’altro è me aggiormente in grado di interpretare la volontà del paziente: chi lo ha amato. Certo è che quando la divisione dei pareri assume, come sta avvenendo in questo giorni, i toni accesi di una netta presa di posizione, si toccano i limiti dell’insignificanza. Oppure della lotta politica. Ed è esattamente questo il modo in cui Eluana viene strumentalizzata.
E, qualunque sia il punto di vista, la peggiore posizione è quella di chi si lascia scivolare, per pigrizia, fatalismo, cieca fede, o, peggio che mai, opportunismo, nell’aberrante semplificazione di distribuire la patente di cultore della morte a chi è a favore dell’eutanasia e di difensore della vita agli altri.