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	<title>SINTESI</title>
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		<title>SINTESI</title>
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		<title>IL CASO ELUANA</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Feb 2009 15:57:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Jato</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il medico chiede cosa deve fare della propria impotenza di fronte alla sofferenza del suo paziente. Il famigliare chiede che cosa sia l’amore e fino a che punto ci sia vita. Il giurista chiede quale diritto sia superiore. Il legislatore prova a dare una risposta e la magistratura intanto deve agire, con le leggi che [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lasintesi.wordpress.com&blog=3571772&post=19&subd=lasintesi&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><em>Il medico chiede cosa deve fare della propria impotenza di fronte alla sofferenza del suo paziente. Il famigliare chiede che cosa sia l’amore e fino a che punto ci sia vita. Il giurista chiede quale diritto sia superiore. Il legislatore prova a dare una risposta e la magistratura intanto deve agire, con le leggi che possiede. Un paziente, intanto, chiede di vivere. Un altro chiede di morire. Un altro ancora non può chiedere nulla. <span id="more-19"></span>Non è facile dare risposte quando le domande sono così dense di perché esistenziali e così gravide di conseguenze, quando si tocca una materia che scivola fuori da qualunque principio, perché vive dentro e fuori ogni legge, e pulsa nel ventre di ogni vita personale. Tuttavia, quando un’etica individuale si confronta o scontra con un’altra, si richiede l’intervento delle leggi dello Stato – ordinatore, guardiano, sovrano: si aprirebbe un’altra annosa questione. Partiamo dunque dall’assunto che uno Stato esista e che debba decidere se tacere o parlare, e, in questo secondo caso, che debba sapere che cosa dire. Il nostro Stato, fino a piena instaurazione della dittatura, parla attraverso la Costituzione. E l’art. 32 comma 2 è chiaro: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Dispone, in sostanza, una riserva di legge, e impone poi alla legge di non violare i diritti della persona. Se a questo si aggiunge il disposto del codice deontologico dei medici sembra che il quadro sia completo: il medico è tenuto a rispettare la decisione del paziente, data sulla base di un consenso informato. Insomma, al di là di una necessità di puntualizzazione, se non altro il nostro Stato sembra avere già fissato il suo principio generale: decida consapevolmente il paziente, caso per caso, e il medico esaudisca il suo desiderio. Verrebbe da chiedersi ora quali valori sottendano a questo precetto. Se è vero che, come fece dire Dostoevskij a Ivan Karamazov, senza Dio tutto è possibile, e quindi la morale è provvisoria, è lecito cercare il punto fermo proprio lì, nella legge di Dio. A dedurla dagli atti dei suoi interpreti in Terra, che hanno negato i funerali religiosi a Piergiorgio Welby, sembrerebbe che Dio propenda per la vita a prescindere – non una vita dignitosa, la vita a prescindere. Ma anche questa sarebbe una risposta spiccia, perché non tiene conto della vicenda Wojtyla. Come spiegò il suo medico, infatti, il Santo Padre, affetto da Parkinson, non era più in grado di muoversi né di deglutire, e, quando si rese necessaria l’alimentazione tramite sondino, il Papa, potendo rifiutare, rifiutò, e senza il supporto della macchina morì. Eppure questo caso non scatenò l’indignazione di nessuno. Welby, invece, che non poté esprimere la propria volontà in tempo perché colto da crisi respiratoria improvvisa, infiammò gli animi di tutti. Ed oggi ci troviamo di fronte all&#8217;ancora più complesso e delicato &#8220;caso Englaro&#8221;, come il padre di Eluana ha voluto che fosse perchè la morte di sua figlia potesse servire a qualcun altro, un altro altrettanto disgraziato dopo di lei. Impossibile non chiedersi perchè tanta differenza tra il caso di chi ha potuto rifiutare le cure, come Woitjla, e chi è rimasto legato alla &#8220;vita&#8221; da una macchina o da un sondino, perché l’istinto della speranza ha spinto i suoi cari a non lasciarlo andare via nel momento della scelta. Perchè c&#8217;è un momento in cui quelle terapie vengono iniziate, e per farlo è richiesto il consenso dei parenti. Se non siamo in grado di stabilire cosa sia giusto e cosa no, almeno cominciamo chiediamoci quando si possa parlare di eutanasia e che cosa questa parola significhi. Eutanasia è un termine greco, che significa “buona morte”. Oggi però ha assunto un nuovo senso comune: significa morte anticipata rispetto alle possibilità di sopravvivenza offerte dalla scienza e dalla tecnica. Il progressivo sviluppo di scienza e tecnica, tuttavia, sposta continuamente il limite tra la vita e la morte, e, consentendo di rimuovere a gradi sempre maggiori il dolore, rende difficile stabilire scientificamente quando una vita sia ancora dignitosa e quando non lo sia più. Consentire l’eutanasia significa dunque assecondare la libera volontà di qualcuno di porre fine ad una esistenza che gli è insopportabile a causa di una malattia terminale e senza speranza. Che decida di non essere sottoposto ad un trattamento che stima come “accanimento terapeutico” o che sia già attaccato ad una macchina. Insomma, consentire l’eutanasia significa dire che non c’è l’obbligo, ma il diritto di cura; significa lasciare che scelga chi soffre. E questo sarebbe dovuto bastare per Welby. Poi ci sono dei casi limite, come questo di Eluana Englaro, in vita soltanto grazie al sondino che la alimenta e, in più, senza alcuna possibilità di esprimere la propria volontà. Si può chiedere al Papa che reclama la vita ad ogni costo di intercedere per noi con Nostro Signore e chiedergli di illuminare un display sulla fronte delle persone in stato vegetativo permanente, così che possano esprimere la loro volontà. Oppure, in mancanza, si può affrontare seriamente il problema, legiferando sul testamento biologico, consci di quanto sia difficile stabilire nella gioia cosa si vorrà nel dolore. Oppure delegando la decisione a chi senz&#8217;altro è me aggiormente in grado di interpretare la volontà del paziente: chi lo ha amato. Certo è che quando la divisione dei pareri assume, come sta avvenendo in questo giorni, i toni accesi di una netta presa di posizione, si toccano i limiti dell’insignificanza. Oppure della lotta politica. Ed è esattamente questo il modo in cui Eluana viene strumentalizzata.<br />
E, qualunque sia il punto di vista, la peggiore posizione è quella di chi si lascia scivolare, per pigrizia, fatalismo, cieca fede, o, peggio che mai, opportunismo, nell’aberrante semplificazione di distribuire la patente di cultore della morte a chi è a favore dell’eutanasia e di difensore della vita agli altri.</em></p>
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		<title>IL CASO ELUANA &#8211; visto da &lt;))</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Feb 2009 15:35:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Jato</dc:creator>
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		<description><![CDATA[LA SVOLTA BONAPARTISTA &#8211; Ezio Mauro, La Repubblica
Una questione di vita e di morte, una tragedia familiare, un caso di amore e di disperazione tra genitori e figlia che cercava di sciogliersi nella legalità dopo un tormento di 17 anni, è stato trasformato ieri da Silvio Berlusconi in un conflitto istituzionale senza precedenti tra il [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lasintesi.wordpress.com&blog=3571772&post=17&subd=lasintesi&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><strong>LA SVOLTA BONAPARTISTA &#8211; Ezio Mauro, La Repubblica</strong><br />
Una questione di vita e di morte, una tragedia familiare, un caso di amore e di disperazione tra genitori e figlia che cercava di sciogliersi nella legalità dopo un tormento di 17 anni, è stato trasformato ieri da Silvio Berlusconi in un conflitto istituzionale senza precedenti tra il governo e il Quirinale, con il Capo dello Stato che non ha firmato il decreto d&#8217;urgenza del governo sul caso Englaro, dopo aver inutilmente invitato il Premier a riflettere sulla sua incostituzionalità, e con Berlusconi che ha contestato le prerogative del Presidente della Repubblica, annunciando la volontà di governare a colpi di decreti legge senza il controllo del Quirinale. <span id="more-17"></span>Pronto in caso contrario a &#8220;rivolgersi al popolo&#8221; per cambiare la Costituzione. </p>
<p>Il Presidente del Consiglio non era mai intervenuto in questi mesi nel dibattito morale, politico e culturale sollevato da Beppino Englaro con la scelta di chiedere la sospensione della nutrizione artificiale per sua figlia, ponendo fine ad un&#8217;esistenza vegetativa di 17 anni, giudicata irreversibile da 14. Ma ieri l&#8217;istinto populista ha consigliato al Premier di scegliere proprio il dramma pubblico di Eluana, giunto al culmine della sua valenza emotiva sollecitata dalla cornice di sacralità guerresca del Vaticano, per sfidare Napolitano su una questione di fondo: il perimetro e la profondità del potere del suo governo, che Berlusconi vuole sovraordinato ad ogni altro potere, libero da vincoli e controlli, dominus incontrastato del comando politico. </p>
<p>È uno scontro che segna un&#8217;epoca, perché chiude la prima fase di un quindicennio berlusconiano di poteri contrastati ma bilanciati e ne apre un&#8217;altra, che ha l&#8217;impronta risolutiva di una resa dei conti costituzionale, per arrivare a quella che Max Weber chiama l&#8217;&#8221;istituzionalizzazione del carisma&#8221; e alla rottura degli equilibri repubblicani: con la minaccia di una sorta di plebiscito popolare per forzare il sistema esistente, disegnare una Costituzione su misura del Premier, e far nascere infine un nuovo governo, come fonte e risultato di questa concezione tecnicamente bonapartista, sia pure all&#8217;italiana. </p>
<p>Il caso Eluana, dunque, nel momento più alto della discussione e della partecipazione del Paese, si è ridotto a pretesto e strumento di una partita politica e di potere. Berlusconi aveva infine ceduto alle pressioni del Vaticano e all&#8217;opportunità di dare alla sua destra senz&#8217;anima e senza tradizione un&#8217;identità cristiana totalmente disgiunta dalle biografie e dai valori, ma legata alla precettistica e alle politiche concrete della Chiesa: così ieri mattina ha annunciato al Consiglio dei ministri la volontà di varare un decreto legge di poche righe, per vanificare la sentenza definitiva della magistratura che accoglie la richiesta di Beppino Englaro, e per impedire la sospensione già avviata ad Udine dell&#8217;alimentazione e dell&#8217;idratazione per Eluana. </p>
<p>Il Presidente della Repubblica, che già aveva spiegato giovedì al governo l&#8217;insostenibilità costituzionale del decreto, ha deciso di assumersi su un caso così delicato una pubblica responsabilità, che non si presti ad equivoci davanti all&#8217;esecutivo, al Parlamento, alla pubblica opinione. Dando forma e sostanza all&#8217;istituto della &#8220;moral suasion&#8221;, ha scritto una lettera a Berlusconi in cui spiega le ragioni che rendono impossibile il decreto, se si guarda &#8211; come il Capo dello Stato deve guardare &#8211; soltanto alla Costituzione, ai suoi principi, ai criteri che stabilisce per la decretazione d&#8217;urgenza. C&#8217;è una legge sul fine-vita davanti al Parlamento, dice Napolitano nel messaggio, c&#8217;è la necessità di rispettare una pronuncia definitiva della magistratura, se non si vuole violare &#8220;il fondamentale principio della separazione e del reciproco rispetto&#8221; tra poteri dello Stato, c&#8217;è la norma costituzionale dell&#8217;uguaglianza tra i cittadini davanti alla legge, quella sulla libertà personale, quella sulla possibilità di rifiutare trattamenti sanitari. Ci sono poi i precedenti di altri inquilini del Quirinale &#8211; Pertini, Cossiga, Scalfaro &#8211; che non hanno firmato decreti-legge, e soprattutto c&#8217;è la funzione di &#8220;garanzia istituzionale&#8221; che la Costituzione assegna al Capo dello Stato. Da qui l&#8217;invito al governo di &#8220;evitare un contrasto&#8221;, riflettendo sulle ragioni del no del Presidente. </p>
<p>Con ogni probabilità è stato questo richiamo al ruolo di garanzia del Quirinale, unito al gesto pubblico di rendere nullo il decreto del governo, rifiutandosi di emanarlo, che ha convinto Berlusconi a sfruttare l&#8217;occasione per aprire la contesa suprema sul potere al vertice dello Stato. In conferenza stampa il Premier ha spiegato la sua scelta sul caso Englaro con motivazioni morali (&#8220;Non mi voglio sentire responsabile di un&#8217;omissione di soccorso per una persona in pericolo di vita&#8221;) ma anche con giudizi medico-scientifici approssimativi (&#8220;Lo stato vegetativo potrebbe variare&#8221;), e con affermazioni incongrue e sorprendenti: &#8220;Eluana è una persona viva, che potrebbe anche avere un figlio&#8221;. </p>
<p>Ma il cuore del ragionamento berlusconiano è un altro: la lettera di Napolitano è impropria, perché il giudizio sulla necessità e urgenza di un decreto spetta per Costituzione al governo e non al Quirinale, mentre il giudizio di costituzionalità tocca al Parlamento. Non solo, ma il decreto d&#8217;urgenza è l&#8217;unico vero strumento di governo in un sistema costituzionale antiquato. E se il Capo dello Stato &#8220;decidesse di caricarsi della responsabilità di una vita&#8221;, non firmando il decreto, il governo si ribellerebbe invitando il Parlamento &#8220;a riunirsi ad horas&#8221; per approvare &#8220;in due o tre giorni&#8221; una legge stralcio che anticipi il testo in discussione al Senato, bloccando così l&#8217;esito della vicenda Englaro. Eluana, tuttavia, è già sullo sfondo, ridotta a corpo ideologico e a pretesto politico. Ciò che a Berlusconi interessa dire è che non si può governare il Paese senza la piena e libera potestà governativa sui decreti legge. &#8220;Si può arrivare ad una scrittura più chiara della Costituzione. Senza la possibilità di ricorrere a decreti legge, tornerei dal popolo a chiedere di cambiare la Costituzione e il governo&#8221;. </p>
<p>La sfida è esplicita, addirittura ostentata. Quirinale e Parlamento devono capire che il governo assumerà il potere legislativo attraverso i decreti legge, della cui ammissibilità sarà l&#8217;unico giudice, con le Camere chiamate ad una ratifica automatica di maggioranza e il Capo dello Stato costretto ad una firma cieca e meccanica. Berlusconi vuole decidere da solo, in un&#8217;aperta trasformazione costituzionale che realizza di fatto il presidenzialismo, aggiungendo potestà legislativa all&#8217;esecutivo nella corsia privilegiata della necessità e dell&#8217;urgenza, criteri di cui il governo è insieme beneficiario e giudice unico, senza lasciar voce in capitolo al Capo dello Stato. Un Capo dello Stato minacciato pubblicamente dal Premier, se non firma il decreto per un deficit costituzionale, di &#8220;caricarsi della responsabilità di una vita&#8221;. Qualcosa che non era mai avvenuto nella storia della Repubblica, per i toni politici, per i modi istituzionali, per la sostanza costituzionale: e anche per la suggestione umana. </p>
<p>La risposta di Napolitano poteva essere una sola: con rammarico, il Presidente non firma, perché il decreto è incostituzionale. L&#8217;assunzione di responsabilità del Quirinale rende nullo il decreto, e costringe Berlusconi a imboccare la strada parlamentare, sia pure con le forme improprie annunciate ieri. Ma la lacerazione rimane, il progetto di salto costituzionale anche. È un progetto bonapartista, con il Premier che chiede di fatto pieni poteri in nome del legame emotivo e carismatico con la propria comunità politica, si pone come rappresentante diretto della nazione e pretende la subordinazione di ogni potere all&#8217;esecutivo. Avevamo avvertito da tempo che qui portavano le leggi ad personam, i &#8220;lodi&#8221; che pongono il Premier sopra la legge, la tentazione continua di sovraordinare l&#8217;eletto dal popolo agli altri poteri. Ieri, Napolitano ha saputo opporsi, in nome della Costituzione. La risposta del Premier è stata che il Capo dello Stato non potrà mai più opporsi, e la Costituzione cambierà. </p>
<p>Ecco perché la data di ieri apre una fase nuova nella vita del Paese, una Terza Repubblica basata su una nuova geografia del potere, una nuova legittimità costituzionale, un nuovo concetto di sovranità, trasferito dal popolo al leader. Si può far finta di non vedere cosa sta accadendo, con l&#8217;immorale pretesto della tragedia di Eluana? Ieri la voce più forte a sostegno di Napolitano è stata quella del Presidente della Camera, che sembra ormai muoversi in un perimetro laico e costituzionale, da destra repubblicana. Dall&#8217;altra sponda del Tevere, mai così stretto, è venuto il plauso a Berlusconi del Cardinal Martino, presidente del pontificio consiglio Giustizia e Pace, e la sua &#8220;profonda delusione&#8221; per la scelta di Napolitano di non firmare il decreto. Come se insieme alle chiavi di San Pietro il Vaticano avesse anche la golden share del governo italiano e delle sue libere istituzioni. Certo, sotto gli occhi attoniti del Paese e sotto gli occhi che non vedono di Eluana Englaro ieri è andato in scena uno scambio di favori al ribasso, col Dio italiano consegnato alla destra berlusconiana, come un protettorato, in cambio di una difesa di valori disincarnati e precetti vaticani, da parte di un paganesimo politico servile e mercantile. Dal caso Eluana non nasce una forza cristiana: ma un partito ateo e clericale insieme, che è tutta un&#8217;altra cosa. </p>
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		<title>IL CASO ELUANA &#8211; visto da ((&gt;</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Feb 2009 15:31:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Jato</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ELUANA SFASCIA LO STATO &#8211; Vittorio Feltri, Libero
Uno scontro storico senza precedenti fra istituzioni. Movente, Eluana di cui i lettori sanno parecchio. Non serve riassumere le puntate precedenti perché l’ultima, sotto l’aspetto politico, le supera tutte per interesse. Si dà il caso che Silvio Berlusconi abbia il proposito di emanare un decreto allo scopo di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lasintesi.wordpress.com&blog=3571772&post=12&subd=lasintesi&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><strong>ELUANA SFASCIA LO STATO &#8211; Vittorio Feltri, Libero</strong></p>
<p>Uno scontro storico senza precedenti fra istituzioni. Movente, Eluana di cui i lettori sanno parecchio. Non serve riassumere le puntate precedenti perché l’ultima, sotto l’aspetto politico, le supera tutte per interesse. Si dà il caso che Silvio Berlusconi abbia il proposito di emanare un decreto allo scopo di sospendere l’esecuzione della sentenza relativa alla Englaro, da diciassette anni priva di coscienza. Sentenza che stabilisce la possibilità di interrompere la nutrizione della degente, e di provocarne di conseguenza la morte. Il premier, di fronte a un fatto di questa gravità, interviene con il potere proprio e del suo governo per ribaltare il verdetto della magistratura. Giusto, sbagliato? Il discorso è un altro. Sulla vicenda abbiamo pubblicato opinioni contrastanti. Personalmente non ho certezze se non quella che ogni individuo dovrebbe poter scegliere secondo coscienza: andarsene o rimanere attaccato alla vita tramite strumenti tecnici. Ma questa facoltà oggi non esiste in mancanza di una norma specifica. Nel vuoto legislativo ha deliberato, come sempre accade, la magistratura. Eluana muoia pure. <strong><br />
</strong></p>
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		<title>VERONA, RAGAZZO MORTO DI BOTTE</title>
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		<pubDate>Thu, 08 May 2008 13:28:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Jato</dc:creator>
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		<description><![CDATA[VERONA &#8211; Nicola Tommasoli, 29 anni, è morto il 5 maggio, ucciso dai calci alla testa di cinque ragazzi. Il movente: una sigaretta negata. I ragazzi, tutti arrestati, sono skinheads.
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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><em>VERONA &#8211; Nicola Tommasoli, 29 anni, è morto il 5 maggio, ucciso dai calci alla testa di cinque ragazzi. Il movente: una sigaretta negata. I ragazzi, tutti arrestati, sono skinheads.</em></p>
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		<title>Visto da sinistra &lt;)))</title>
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		<pubDate>Thu, 08 May 2008 13:26:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Jato</dc:creator>
				<category><![CDATA[9 maggio 2008]]></category>

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		<description><![CDATA[VERONA, L’EDUCAZIONE DI UN NEONAZISTA, La Repubblica &#8211; 8 maggio 2008
(Giuseppe D’Avanzo)
Nicola e Raffaele &#8211; Nicola dieci anni prima di Raffaele, dieci anni prima di essere ucciso da Raffaele &#8211; hanno studiato nello stesso liceo, lo &#8220;Scipione Maffei&#8221;, fiero di essere il più antico liceo d&#8217;Italia. Nato nel 1804, promosso da Bonaparte, il &#8220;Maffei&#8221; è [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lasintesi.wordpress.com&blog=3571772&post=9&subd=lasintesi&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><strong>VERONA, L’EDUCAZIONE DI UN NEONAZISTA, La Repubblica</strong> &#8211; 8 maggio 2008<br />
(Giuseppe D’Avanzo)</p>
<p>Nicola e Raffaele &#8211; Nicola dieci anni prima di Raffaele, dieci anni prima di essere ucciso da Raffaele &#8211; hanno studiato nello stesso liceo, lo &#8220;Scipione Maffei&#8221;, fiero di essere il più antico liceo d&#8217;Italia. Nato nel 1804, promosso da Bonaparte, il &#8220;Maffei&#8221; è orgoglioso della sua storia bicentenaria, ma anche delle virtù custodite, generazione dopo generazione, in una carta dei valori che onora &#8220;lo spirito critico; la laboriosità; la legalità; l&#8217;assunzione di responsabilità; la coscienza dei diritti e dei doveri&#8221;.<span id="more-9"></span><br />
È un impegno che si respira nelle aule dell&#8217;antico convento domenicano annesso alla Chiesa di Santa Anastasia, a due passi da Piazza Erbe, da Piazza dei Signori, dal cuore storico di Verona. Il liceo non è un luogo abitato da svuotati, sprecati. Né è attraversato dall&#8217;&#8221;analfabetismo emotivo&#8221;, dalla &#8220;follia morale&#8221;, dall&#8217;&#8221;ospite inquietante&#8221; del nichilismo, o come più vi piace definire l&#8217;infelice condizione giovanile del nostro Paese. Al &#8220;Maffei&#8221; si discute molto. Si lavora molto. Si impara a dare forma di parola alle emozioni, nutrimento e argomenti per le passioni e le idee.<br />
Qui è radicata la consapevolezza che la democrazia sia &#8220;ars dubiae&#8221;. Si ha fiducia &#8220;nella tolleranza, nel rispetto, in una solidarietà generosamente disponibile, in un reale e radicale rispetto di se stessi e degli altri&#8221;. Sono pratiche quotidiane e non predicazione (gli studenti, per dire, si tassano ogni anno di 250 euro e quest&#8217;anno hanno deciso spontaneamente di aumentare l&#8217;obolo di solidarietà). E allora bisogna chiedersi dove nasce la muffa aggressiva che ha rovinato i giorni di Raffaele e spezzato la vita di Nicola?<br />
&#8220;Ce lo siamo chiesti &#8211; dice con &#8220;doloroso stupore&#8221; il preside Francesco Butturini &#8211; e ancora ci interrogheremo con i docenti, gli studenti, i genitori. Ci siamo chiesti se abbiamo fatto tutto quanto in nostro potere per educare gli studenti alla buona cittadinanza. Noi crediamo di aver sempre cercato attraverso l&#8217;insegnamento quotidiano e le attività educative complementari, che qui non sono poche, di inculcare negli allievi i principi della civile convivenza. Non è stato sufficiente per insegnare a Raffaele ciò che è lecito, ciò che non lo è, ciò che non è nemmeno pensabile o ipotizzabile. Mi sento sconfitto, come ho detto ai ragazzi, ma non complice. Non siamo stati né indifferenti né distratti. Quando Raffaele si rifiutò di entrare in sinagoga durante un viaggio di studio; quando affrontò il presidente dell&#8217;associazione vittime della strage di Bologna rivendicando l&#8217;innocenza di Luigi Ciavardini, segnalammo quell&#8217;atteggiamento alla famiglia. Al contrario, la questura non ci informò che Raffaele era indagato da un anno. Avremmo potuto fare di più e continueremo a farlo nel dialogo e nel confronto con i ragazzi. Senza dimenticare Raffaele. Non intendiamo abbandonarlo in questo momento e speriamo che Raffaele accolga il nostro invito; comprenda il suo tragico errore; accetti di incamminarsi su una strada radicalmente differente da quella finora seguita&#8221;. </p>
<p>Il preside non vuole e forse non può dire di più. Il deficit del circuito istituzionale e mediatico (perché la Digos non allertò la scuola? perché i giornali cittadini non diedero conto, come d&#8217;abitudine, dei nomi degli indagati?) descrive un&#8217;occasione perduta di &#8220;recupero&#8221;, di disvelamento, ma non spiega le ragioni della &#8220;caduta&#8221; di Raffaele in un &#8220;rito della crudeltà&#8221;, per nulla occasionale o impulsivo, che nel tempo si è esercitato nel cuore di Verona contro &#8220;i negri&#8221;; i capelluti &#8220;comunisti&#8221; dei centri sociali; tre paracadutisti delle Folgore nati al Sud; un povero cristo con la maglia del Lecce; un tipo che mangiava un kebab; un ragazzino maldestro nell&#8217;usare lo skateboard. Pedina, &#8220;soldatino&#8221; &#8211; Raffaele &#8211; di una cerchia che, visitata dai poliziotti, disponeva di manganelli, pugnali, coltelli, un&#8217;accetta e di libri che negavano l&#8217;Olocausto, di bandiere con la croce uncinata, di foto di Hitler e Mussolini. L&#8217;aula della II E, che Raffaele frequenta (o frequentava), è al di là dell&#8217;antico chiostro in fondo al corridoio. I compagni e le compagne di Raffaele hanno come il muso. In questi giorni i giornalisti, protestano, hanno manipolato le loro opinioni, le hanno rimaneggiate per creare uno sciocco sensazionalismo. Non vogliamo difendere Raffaele, dicono, perché quel che ha fatto è gravissimo e se ne deve assumere tutto il peso, ma se ci chiedete se fosse un mostro, allora no, noi dobbiamo rispondere che non lo era, che non si è mai comportato da mostro. Era in modo radicale di destra e discuteva con chi non lo era, o era di sinistra, senza aggressività. Si è rifiutato di entrare in sinagoga, ma siamo abbastanza certi che, se avesse avuto un compagno di banco ebreo, non lo avrebbe maltrattato o deriso a scuola, dove il suo comportamento è stato sempre corretto. Questo vuol dire, chiedono, assolvere Raffaele? Vuol dire raccontare, dicono, quel che sappiamo di lui. Che non era tutto. Purtroppo. </p>
<p>Accanto alla fontana senz&#8217;acqua del chiostro, Giulia Tombari e Simone D&#8217;Ascola provano a ragionare &#8211; ancora una volta, in questi giorni &#8211; su quei perché. Come è potuto accadere a un loro compagno di scuola? Giulia è minuta, nervosa, stanca. Dice parole secche e sincere. Le accompagna con un gesto. Indica il grande arco che dà sulla strada. &#8220;Qui non c&#8217;è spazio per l&#8217;ignoranza che produce l&#8217;ottusa violenza senza scopo di Raffaele. Raffaele è stato travolto da quel che c&#8217;è là fuori, oltre quel cancello. Se un responsabile e una responsabilità si deve cercare, va trovata non in questo liceo, ma nella città. In quella Verona dove può capitare &#8211; e capita spesso &#8211; che si senta dire in autobus &#8220;non siedo qui, accanto a questo negro&#8221; e nessuno che, intorno, disapprovi o censuri quelle parole&#8230; Magari chi le ascolta, non oserebbe mai pronunciarle, ma le giustifica&#8221;. Simone è alto, allampanato, meno disinvolto di Giulia. Come Giulia, ha idee lucide e asciutte. &#8220;In questa storia, si usano le parole per nascondere quel che è accaduto e ancora può accadere. Si dice: Raffaele era un bullo. Non lo era. Si dice: è un delinquente. Non lo era. Si dice: è solo una mela marcia, è un caso isolato. È falso che sia la sola mela marcia del cesto, il caso non è isolato ma addirittura, nella sua assurdità, ordinario. Si dice: la politica non c&#8217;entra. E invece, c&#8217;entra, eccome, se politica è l&#8217;odio per il diverso, se politica è un&#8217;ideologia diffusa là fuori &#8211; anche Simone indica l&#8217;arco, il cancello, la strada &#8211; che legittima chi vuole liberarsi di chi non è uguale a te, per colore della pelle, per convinzioni, per religione, per la lunghezza dei capelli. Tutto questo ha un nome: razzismo, xenofobia. Se si usano le parole appropriate, le ragioni della morte di Nicola &#8211; e di quel ha combinato Raffaele con i suoi amici &#8211; saranno evidenti. È quel che dovreste fare: chiamare le cose con il proprio nome&#8221;. </p>
<p>Chiamare le cose con il loro nome. È naturale pensare che sia un buon consiglio mentre si risale via Massalongo e poi corso Santa Anastasia verso Piazza Erbe. Come appare necessario rimettere insieme la realtà di un corpo sociale che solitamente si offre frammentata, sconnessa, quasi in penombra, occultata da parole accortamente ambigue. Chiamare le cose con il loro nome, dunque. Le violenze e i pestaggi nel cuore di Verona sono comuni e ritualizzati. Piazza Viviani, via Mazzini, Veronetta, Volto San Luca, Corso Cavour, piazza Erbe ne sono state le scene negli ultimi mesi.<br />
Puoi essere picchiato per un nonnulla. Puoi prendere una bottigliata in testa per un amen. Non importa la ragione occasionale. Non è quello che conta. Non è per lo spino rifiutato che muore Nicola. Nicola muore, dicono, &#8220;perché ha il codino&#8221;, perché dunque è diverso, perché &#8220;non è conforme&#8221; e gli (improvvisati o professionali) addetti al futuro della città e alla custodia del suo passato e delle sue risorse escludono i diversi: &#8220;diverso &#8211; dice il procuratore Guido Papalia &#8211; è non solo il diverso per razza, ma diverso perché si comporta il mondo diverso; pensa diversamente; ha un atteggiamento diverso; si veste in modo diverso e quindi non può convivere nel centro della città che i razzisti vogliono chiusa ai diversi&#8221;. In uno stato di smarrimento sociale, si radunano per difendersi le persone spaventate &#8211; la paura è coltivata con sapienza a Verona che molto ha faticato per raggiungere il benessere di oggi. Passano all&#8217;azione in nome di &#8220;un&#8217;identità minacciata&#8221;. Identità, insegna Zygmunt Bauman, è un concetto agonistico. È come un grido di battaglia. Fragile e perversamente &#8220;coraggioso&#8221;, Raffaele sente quel grido, lasciata l&#8217;aula del &#8220;Maffei&#8221; e le fatiche democratiche di &#8220;maffeiano&#8221;.<br />
Lo sente allo stadio dove impiccano il fantoccio di un calciatore &#8220;negro&#8221;. Lo ascolta forte nella propaganda dei &#8220;nazistoni&#8221; del &#8220;Blocco studentesco&#8221;. Lo intende nello stile di vita dei suoi compagni di bevute e di scorribande notturne tra le stradine della città. Afferra quel sentimento nella pianificazione del prossimo pestaggio, nelle risate, nella soddisfazione che segue. Raffaele avverte soprattutto che quel che fa, quel che pensa è condiviso perché in città c&#8217;è un sentimento che non lo biasima e non lo biasimerà. Hanno ragione Giulia e Simone.<br />
È &#8220;politico&#8221; tutto questo? Quale ipocrita può negarlo: certo che lo è. E non vuol dire che ci sia un partito politico, una fazione di un partito politico, un gruppuscolo che organizza o programma quelle violenze. Vuol dire che c&#8217;è a Verona una &#8220;cultura&#8221; dell&#8217;esclusione che irrigidisce e sorveglia il confine tra &#8220;noi&#8221; e &#8220;loro&#8221; e &#8220;loro&#8221; diventano anche quei veronesi &#8211; moltissimi, e tra i moltissimi Nicola &#8211; che rifiutano o non avvertono il &#8220;potere seduttivo&#8221; di quell&#8217;&#8221;appartenenza&#8221;.<br />
Chiamare le cose con il loro nome. È difficile contestare che il sindaco di Verona, Flavio Tosi, alimenti la &#8220;naturalezza&#8221; di quel grido di battaglia &#8220;identitario&#8221;. Che diffonda il presupposto che &#8220;si appartiene per effetto della nascita&#8221;. Non per altro, qualsiasi cosa tu sia e faccia. Flavio Tosi non è un fascista. È un leghista che ama i fascisti, li coccola, li asseconda, forse cinicamente se ne serve. Oggi che la tragedia si è consumata, è evasivo, a volte frivolo, a volte ringhioso quando gli si ricorda che appena in dicembre ha sfilato accanto a nazisti del Veneto Fronte Skinheads; che appena qualche anno fa (11 settembre 2005) offrì le sue parole solidali &#8211; con una visita in carcere &#8211; a cinque giovani fascisti che avevano massacrato e accoltellato due ragazzi di sinistra, frequentatori di un centro sociale.<br />
Tosi ha grandi ambizioni politiche (sarà il nuovo governatore del Veneto nel 2010?) e questa storia tragica, da cui non riesce a uscire senza danno pubblico o con un alleato in meno, può azzopparlo. L&#8217;opposizione gli ha chiesto che si scusi di quelle spensieratezze. Tosi non ha trovato ancora la forza di farlo. Chiamare le cose con il proprio nome. Verona &#8211; città straordinariamente generosa nella solidarietà e nel volontariato &#8211; assiste al suo incrudelimento distratta, indifferente, senza rimorso o colpa. Guarda da un&#8217;altra parte per non vedere, per non vedersi, per non interrogarsi. Come il vescovo, monsignor Giuseppe Zenti. Scrive ai giovani della città. Immagina di inviare sms per conto di Nicola. Scrive: &#8220;Abbiate fiducia nelle grandi vette. Valorizzate i giorni della giovinezza. Fatevi onore. Fateci vedere quanto valete. Realizzate una vita di grande qualità, degna dell&#8217;essere giovani&#8221;.<br />
Come se esistessero soltanto le scelte personali e non anche le responsabilità collettive, i modelli culturali, i quadri pubblici, l&#8217;assenza della benché minima opera di manutenzione sociale (senso civico, legalità). Come se Nicola e Raffaele non fossero caduti su quella &#8220;trincea profonda e invalicabile scavata in città tra il &#8220;fuori&#8221; e il &#8220;dentro&#8221; di un territorio e di una comunità&#8221;. Al portone del Bra, ricorda Francesco Butturini, è scolpita una frase dell&#8217;Amleto: &#8220;Non c&#8217;è mondo, fuori di questa città&#8221;. C&#8217;è a Verona chi sembra crederlo per davvero. Raffaele lo ha creduto. Troppo facile ora dirlo solo un delinquente. Troppo ingiusto dire, la morte di Nicola, &#8220;un caso isolato&#8221;. </p>
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		<title>Visto da destra (((&gt;</title>
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		<pubDate>Thu, 08 May 2008 13:16:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Jato</dc:creator>
				<category><![CDATA[9 maggio 2008]]></category>

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		<description><![CDATA[IL DEMONE DELLA VENDETTA – Il Giornale, 6 maggio 2008
(Michele Brambilla)
Chissà da quale profondo mistero arriva la violenza che porta cinque ragazzi a massacrare un uomo di 29 anni solo perché si è rifiutato di dar loro una sigaretta. Certo non arriva dai facili schemi con cui da un paio di giorni si cerca di [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lasintesi.wordpress.com&blog=3571772&post=8&subd=lasintesi&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><strong>IL DEMONE DELLA VENDETTA – Il Giornale</strong>, 6 maggio 2008</p>
<p>(Michele Brambilla)</p>
<p>Chissà da quale profondo mistero arriva la violenza che porta cinque ragazzi a massacrare un uomo di 29 anni solo perché si è rifiutato di dar loro una sigaretta. Certo non arriva dai facili schemi con cui da un paio di giorni si cerca di spiegare l’accaduto: il fascismo, il razzismo, la Verona leghista. Sono tempi in cui la politica cerca di strumentalizzare ogni cosa, e in questo non ci sono innocenti né a sinistra né a destra. <span id="more-8"></span>Ma davvero dovrebbero esserci dei limiti per rendere improponibili certe dichiarazioni che offendono più l’intelligenza di chi le pronuncia che quella di chi le ascolta. Un ex ministro come Paolo Ferrero ha tirato in ballo perfino la recente campagna elettorale: «I linguaggi bellici e le discriminazioni possono portare voti ma seminano odio». E purtroppo anche Veltroni, che è un uomo intelligente e solitamente misurato, è caduto nella trappola: «Siamo davanti a un’aggressione di tipo neofascista che non può e non deve essere sottovalutata».<br />
Chiunque avesse sfogliato un po’ di fretta i giornali di ieri mattina, si sarebbe così convinto che la vittima dell’aggressione di Verona è un immigrato, oppure un gay, oppure ancora uno di sinistra. Insomma un «diverso» o un «nemico», a seconda di come titolavano i giornali. Solo chi ha avuto la pazienza di entrare nelle righe degli articoli si è accorto che l’aggredito è un italiano; un italiano di Santa Maria di Negrar, provincia di Verona; un italiano che con la politica non c’entra niente, ma proprio niente. Eppure la confusione è andata avanti tutto il giorno, anche una tv eccellente nell’informazione come Sky ha lanciato un sondaggio per chiedere agli italiani se il fatto di Verona è un segnale allarmante di una nuova «ondata di intolleranza». Ma intolleranza verso chi e che cosa? Verso chi non offre sigarette?<br />
Molto opportunamente, invece, Lucia Annunziata ha messo insieme, su La Stampa, il fattaccio di Verona con quello di Torino, dove alcuni vigili sono stati aggrediti in pieno centro, piazza Vittorio Veneto, a poche decine di metri dalla casa del sindaco Chiamparino. Se a Verona è stata una sigaretta a scatenare la violenza, a Torino è stata una multa: chi l’ha presa ha sferrato un pugno in faccia a un vigile, è stato arrestato, ma almeno duecento persone sono intervenute in sua difesa lanciando pietre e bottiglie contro gli agenti. Sono due storie diverse: ma in comune c’è un’esplosione di violenza che pare immotivata, comunque non proporzionata alla causa scatenante. Lucia Annunziata ha avuto dunque il merito di non cadere nella semplificazione retorica dell’antifascismo, e ha colto giustamente in questi episodi il segno di un’inquietudine generale. Ma il motivo di questa inquietudine è difficilmente afferrabile. Lucia Annunziata lo attribuisce alla rottura del patto di fiducia tra istituzioni e cittadini, e c’è senz’altro del vero. Però basta l’antipolitica a spiegare la violenza di Verona? Che è stata cieca e gratuita come quella di Arancia Meccanica? Che è stata violenza per la violenza, male per il male? Basta, o la risposta è nell’uomo, nella sua essenza più intima?<br />
Per la prima volta nella storia, in Europa non ci sono guerre fra Stati da oltre sessant’anni; i conflitti sociali permangono, ma sono infinitamente meno gravi che in passato. Eppure l’aggressività riemerge ciclicamente. I primi ventenni senza guerra hanno dato vita al Sessantotto, e poi ai terribili anni Settanta, quasi a dimostrare che non c’è generazione che non abbia desiderio di menare le mani. La violenza rialza sempre la testa, hanno persino cancellato i soldatini e le pistole dai giocattoli dei bambini, i quali oggi smanettano con videogames di inaudita ferocia.<br />
L’origine della violenza è all’interno di ciascuno di noi, nasce come reazione ad aspettative che vanno deluse. La cultura, l’educazione, a volte le convinzioni politiche e religiose ci frenano nella stragrande maggioranza delle situazioni. Ma da qualche parte il mostro riemerge, e a volte s’organizza in bande in cui l’ideologia &#8211; così come la fede calcistica per quanto riguarda gli ultrà &#8211; è solo un pretesto, una divisa. Non è un caso se spesso queste bande, come quella di Verona, attingono soprattutto ai simboli e alle idee che la storia ha sconfitto: la violenza ha bisogno, per nutrirsi e per alimentarsi, di rancori e di rabbia. Ecco perché nessuno crea una «Brigata Royal Air Force» o «Us Army», ma ci si rasa la testa e ci si mette una croce uncinata da qualche parte prima di ammazzare uno che non ti dà una sigaretta.</p>
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		<title>BERLUSCONI IV &#8211; Visto da sinistra &lt;)))</title>
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		<pubDate>Thu, 08 May 2008 13:01:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Jato</dc:creator>
				<category><![CDATA[9 maggio 2008]]></category>

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		<description><![CDATA[UN UOMO SOLO AL COMANDO &#8211; La Repubblica, 8 maggio 2008
(Massimo Giannini)
Un governo proprietario, ma &#8220;a responsabilità limitata&#8221;. Il quarto esecutivo di Silvio Berlusconi, che ieri ha ricevuto l&#8217;incarico dal capo dello Stato, è un governo forte, perché il &#8220;padrone&#8221; conta. E insieme anche leggero, perché i &#8220;soci&#8221; partecipano ma non non pesano. Stavolta il [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lasintesi.wordpress.com&blog=3571772&post=7&subd=lasintesi&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><strong>UN UOMO SOLO AL COMANDO &#8211; La Repubblica</strong>, 8 maggio 2008<br />
(Massimo Giannini)</p>
<p>Un governo proprietario, ma &#8220;a responsabilità limitata&#8221;. Il quarto esecutivo di Silvio Berlusconi, che ieri ha ricevuto l&#8217;incarico dal capo dello Stato, è un governo forte, perché il &#8220;padrone&#8221; conta. E insieme anche leggero, perché i &#8220;soci&#8221; partecipano ma non non pesano. Stavolta il Cavaliere non ci ha stupito con effetti speciali. Non ha neanche provato a mettere insieme un &#8220;dream team&#8221;. Non ci sono i Lamberto Dini prelevati dalla Banca d&#8217;Italia (come nel 1994) o i Renato Ruggiero precettati dal Wto (come nel 2001).<span id="more-7"></span><br />
 La squadra che oggi giurerà nelle mani del presidente della Repubblica è tagliata a misura della biografia personale del premier, che dopo quindici anni di leaderismo avventuroso ma fatalmente bellicoso, coincide ormai a tutti gli effetti con la biografia della nazione. Non ci sono sorprese nella gerarchia dei ministri né invenzioni nella distribuzione degli incarichi. Non ci sono grandi personalità della politica né brillanti innesti dalla società civile. C&#8217;è un uomo solo al comando. E questo basta. Come un altro Cavaliere, lo Jedi difensore della pace della Repubblica Galattica nelle Guerre stellari di George Lucas, Berlusconi ha capito qual è il &#8220;lato oscuro della forza&#8221;. Per il suo governo, stavolta, la forza non risiede nell&#8217;autorevolezza, ma nell&#8217;affidabilità. Non risiede nel prestigio, ma nella compattezza.<br />
 Lo Jedi di Arcore, evidentemente, ha capito la lezione della legislatura che finì nel 2006: schierò in campo i leader dei partiti dell&#8217;allora Cdl e finì per logorarsi in un negoziato permanente, ricco di conflitti e povero di riforme. E ha capito la tensione della legislatura che sta per cominciare: a dispetto della luna di miele post-elettorale, avrà qualche difficoltà a smerciare prebende sociali e sgravi fiscali con un ciclo economico a crescita zero. Se dovrà inevitabilmente gestire un problema di consenso reale dentro il Paese, stavolta preferisce evitare qualunque dissenso potenziale dentro il governo.<br />
Se si guarda alla geografia politica, la lista dei ministri riflette fedelmente la nuova mappa post-elettorale, che premia il Pdl ma non esclude del tutto le vecchie logiche spartitorie deflagrate nelle complesse trattative di questi giorni. C&#8217;è tanta Forza Italia (12 dicasteri su 21), partito personale ma sempre più nazionale. C&#8217;è molta Lega Nord (i 4 dicasteri previsti) e in particolare molta rappresentanza trasversale del mitico Nord-Est. C&#8217;è un po&#8217; di &#8220;Lega Sud&#8221; (i 2 ministri siciliani Alfano e Prestigiacomo, il napoletano Vito e il pugliese Fitto).<br />
C&#8217;è altrettanta Alleanza nazionale (che ottiene le 4 poltrone richieste, anche se una di queste non contempla l&#8217;ambito &#8220;portafoglio&#8221;). Ci sono meno donne del previsto, solo 4, anche se con due curiosi esordi, Gelmini e Meloni. E c&#8217;è anche uno strapuntino offerto in premio alla fedeltà post-democristiana, con l&#8217;attuazione del programma affidata a Rotondi.<br />
Insomma, c&#8217;è la fotografia puntuale di quella nuova &#8220;destra corporata&#8221; (come l&#8217;ha efficacemente definita Edmondo Berselli) che ha stravinto il 13 aprile e che, sia pure con sfumature e accenti diversi, si riconosce nel suo leader, indiscusso e incontrastato, federatore di tutti i suoi simboli e conciliatore di tutte le sue identità.<br />
Se si guarda all&#8217;alchimia politica, non si può non notare che i fedelissimi del capo, e non per caso, coprono tutti i ruoli-chiave. O per provata e riconosciuta competenza, come nel caso di Giulio Tremonti all&#8217;economia. O paradossalmente per il suo esatto contrario, come nel caso di Angelino Alfano alla Giustizia. Nel confronto delicato con i contribuenti, come nello scontro avvelenato con i magistrati, non c&#8217;è spazio per personalità autonome, o esterne all&#8217;inner circle del Cavaliere. Anche a costo di scelte francamente fiacche e discutibili, com&#8217;è appunto quella di Alfano. Probabilmente non sa niente di Csm e di snellimento del processo civile, anche se evidentemente deve sapere molto delle urgenze processuali del suo &#8220;principale&#8221;.<br />
Ma allo stesso tempo, non si può non notare che i ministeri cruciali sui quali si giocherà la legislatura, le Riforme e gli Interni, sono in mano al Carroccio. Umberto Bossi avrà le leve della nuova legge elettorale (probabilmente imposta dal referendum voluto dal popolo sovrano) e del nuovo federalismo fiscale (sicuramente preteso dal popolo padano). Roberto Maroni avrà in mano le leve della sicurezza e dell&#8217;immigrazione, i due nervi più sensibili per i cittadini-elettori, sui quali si è giocato l&#8217;esito della partita elettorale appena conclusa. Questa impronta leghista, al di là della natura presidenzialista e quasi &#8220;cesarista&#8221; di questo governo, è destinata a influire non poco, sui possibili esiti della legislatura e sui futuri equilibri della maggioranza.<br />
Ma il potere è il miglior cemento per un centrodestra che ha vinto con 11 punti di vantaggio sul centrosinistra. E la sensazione, nonostante i potenziali conflitti che pure ci saranno a Palazzo Chigi e fuori, è che stavolta l&#8217;uomo di Arcore, solo al comando, vorrà davvero provare ad incarnare un&#8217;era di &#8220;bipolarismo morbido&#8221;, inedita per il Paese, e di &#8220;populismo mite&#8221;, inconsueta per il leader. E il governo che da oggi comincerà la sua navigazione rispecchierà queste intenzioni. Oscillerà tra surplace e fine tuning. Qualche strappetto riformatore qua e là (soprattutto sul federalismo e sulla Pubblica amministrazione) e per il resto un po&#8217; di benevola &#8220;manutenzione&#8221; (soprattutto sui conti pubblici e sulle tasse).<br />
È ancora presto per dire se sarà davvero una legislatura costituente (anche se le premesse, e le promesse, ci sarebbero tutte). Ma una cosa è sicura. Berlusconi non si metterà in guerra con nessuno. Né con l&#8217;opposizione, né meno che mai con il Paese. È una metamorfosi funzionale ai suoi corsi anagrafici e ai soprattutto ai suoi percorsi politici. Ha 72 anni. Vuole passare alla storia, da statista repubblicano. E punta dritto al Quirinale, la sua &#8220;magnifica ossessione&#8221;. Questo governo, così piatto eppure resistente, per l&#8217;Italia può anche non servire granché. Ma per il Cavaliere sembra proprio un perfetto trampolino di lancio, costruito proprio con quell&#8217;unico scopo: il grande salto verso il Colle. Visti i dolorosi tormenti del Pd, stavolta non si vede chi possa fermarlo. </p>
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		<title>BERLUSCONI IV &#8211; visto da destra (((&gt;</title>
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		<pubDate>Thu, 08 May 2008 12:58:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Jato</dc:creator>
				<category><![CDATA[9 maggio 2008]]></category>

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		<description><![CDATA[SENZA RISERVE &#8211; Il Giornale, 8  maggio 2008
(Mario Giordano)
Diventa ministro una ragazza nata nel 1977. Giorgia Meloni ha 31 anni, tre in meno del nostro Giornale, non è mai andata a nanna dopo Carosello e quando è crollato il muro di Berlino frequentava appena le medie. Anche questo è un piccolo segno di rottura [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=lasintesi.wordpress.com&blog=3571772&post=6&subd=lasintesi&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><strong>SENZA RISERVE &#8211; Il Giornale</strong>, 8  maggio 2008</p>
<p>(Mario Giordano)</p>
<p>Diventa ministro una ragazza nata nel 1977. Giorgia Meloni ha 31 anni, tre in meno del nostro Giornale, non è mai andata a nanna dopo Carosello e quando è crollato il muro di Berlino frequentava appena le medie. Anche questo è un piccolo segno di rottura col passato. Ce ne sono tanti, per la verità, a salutare il battesimo del governo Berlusconi. Quasi come una conferma di quella voglia di novità espressa dagli elettori il 13-14 aprile. <span id="more-6"></span>È nuovo il metodo scelto dal premier, cioè quello di accettare l’incarico senza riserve e leggere la lista dei ministri subito dopo l’incontro col Capo dello Stato. È nuova la decisione di ridurre il numero delle poltrone (dalle 103 di Prodi alle 60). E sono nuovi anche molti dei volti che entrano nell’esecutivo: ben 13 new entry e quattro ministri che non hanno ancora compiuto 40 anni. A uno di loro, Angelino Alfano, fra l’altro è affidato uno dei compiti più difficili, quello della Giustizia. Una scelta coraggiosa. È stata coraggiosa anche la scelta di altri due giovani Luca Zaia (40 anni appena compiuti) e Mariastella Gelmini, in settori strategici come l’Agricoltura e l’Istruzione. Sono due sgobboni, tosti, tenaci, cresciuti sul territorio e dunque al di fuori di ogni logica di palazzo. Sapranno portare una ventata di freschezza dentro quelle stanze troppo spesso infestate da burocrazie e clientele. È forte anche la squadra economica: Tremonti è una garanzia, Scajola quasi, se eviterà le chiacchiere coi giornalisti, Matteoli ha sempre dato buona prova e Sacconi era il meglio che si potesse pensare per il Welfare. Certo, non mancano alcuni dubbi: nove ministeri senza portafoglio, per esempio, sono troppi. E alcune duplicazioni di poltrone sembrano inventate più per accontentare le persone che le esigenze del Paese. Tanto per dire: c’era proprio bisogno di un ministro per l’attuazione del programma, oltre che uno per le riforme e uno per la semplificazione? Ma si tratta, per il momento, di dettagli. Nella sostanza il governo sembra fatto apposta per governare: vi parrà strano, ma non è stato sempre così. Anzi, forse è questo il primo vero e proprio governo Berlusconi, davvero senza riserve (e non solo per il protocollo del Quirinale): senza riserve mentali, senza riserve politiche, senza riserve personali. Un governo che mantiene le promesse, completa la svolta chiesta dagli elettori e dunque aumenta le responsabilità di chi lo guida. Speriamo per il Paese che aumenti pure le sue possibilità di successo.  Tratto da: <a href="http://www.ilgiornale.it">www.ilgiornale.it</a><!--more--></p>
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		<title>&#8230;blog in costruzione&#8230;</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Apr 2008 20:51:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Chiara Jato</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza Categoria]]></category>

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